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ROSITA GARGHENTINO
fra Milano e Monza
La mia avventura è partita in pratica a Monza, ma all’inizio ero entrata nel gruppo Milano 23°,
uno dei primi che ha avuto le Cheftaines. Eravamo un numero ridotto: 4 o 5 ragazze. Abbiamo
vinto un San Giorgio in cui il nostro era l'unico gruppo di cheftaines. Marinella Zocca era il mio
Capo, e sono stata molto felice di averla al mio fianco per un certo periodo.
Il mio piccolo gruppo era formato da Cheftaines di seconda generazione, un'esperienza che
ho portato nel cuore e che mi ha fornito punti di riferimento e spunti utili oltre alla vita Scout.
In quel periodo vivevo a Milano e già lavoravo a 16 anni per necessità economiche in famiglia.
Ricordo vividamente le attività con il gruppo di Monza, in particolare un'uscita sulla neve.
Venivo da Milano, via Palmanova, il Branco era costituito da Lupetti provenienti da 14
parrocchie; da Cologno a Vimodrone, provate a immaginare un’uscita sulla neve: i Lupetti
vedevano solo la neve.
Mi ricordo tutti quei ragazzi di Monza gente un po’ bene, un po' snob; quella volta ho sofferto
molto il freddo, non ero ben attrezzata. Eppure l’esperienza di Monza mi ha certamente
lasciato un segno importante; ho tanti ricordi, e uno dei più significativi è quello di don Carlo
Galli con il quale ho instaurato un legame molto profondo. A Monza, al di fuori del gruppo
Scout, non ho mai conosciuto nessuno; la mia vita è sempre stata a Milano. Tuttavia, la sorte
ha voluto che mi sposassi e che mio marito fosse monzese, così sono venuta a Monza per
amore. Ho incontrato Giordana e ho subito avuto l’impressione di averla già conosciuta. Un
giorno, le ho portato una foto in cui eravamo insieme alla Lega dei Lupi Bianchi, mentre
giocavamo a scalpo.
Cosa mi è rimasto? L'esperienza delle Cheftaines mi ha preparato alla coeducazione, anche
se a livello associativo la coeducazione è arrivata in un secondo momento. Ha valorizzato il
mio essere donna, permettendomi di vivere con una particolare sensibilità, oltre
all’attenzione alla maternità; cosa che ha di sicuro giocato un ruolo nel mio lavoro, parlo
anche come professionista nel campo della neuropsichiatria infantile. L’esperienza Scout è
stata cruciale per me. Mi rendo conto che questo mi ha aiutato nel confronto con i colleghi
che ho incontrato e nel farmi apprezzare, da una prospettiva positiva ed educativa, la
“normalità” di tanti bambini.
Questo è stato un fondamento solido, su cui ho potuto costruire meglio anche la mia
carriera, soprattutto a livello umano, nella comprensione dell’altro e nella percezione del suo
dolore.
Oltre ai miei genitori, che sono stati modelli per me e mi hanno trasmesso valori straordinari,
il mio percorso nello Scautismo mi ha donato un'eredità che sento presente ogni giorno.
Ricordo il periodo in cui ho svolto il tirocinio di chirurgia a Besana Brianza quando c’era
l'ospedale. Mi avevano assegnato a un collega, un bel collega. A volte succede. Dicevano che
era molto competente per il modo in cui si relazionava con i pazienti e per la sua pratica
clinica. Un giorno, mi trovavo in sala operatoria e quel collega andava fischiettando dei canti
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